SPECIALE SANREMO – Gabbani, come costruire il successo mediatico | SS 10

SPECIALE SANREMO – Gabbani, come costruire il successo mediatico | SS 10

Tra karma occidentali e spot promozionali il festival ruota tutto attorno alle tecniche di comunicazione. Analizziamo gli esempi più evidenti di questa edizione.

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Come si vince Sanremo

E Sanremo lo avete visto? Abbiamo fatto una bella scorpacciata… Volenti o nolenti. Nei giorni scorsi bastava accendere la TV o la radio, o fare un giro sui Social Network, per essere bombardati di canzoni, notizie, avvenimenti, fatti relativi al Festival. E allora anche noi, oggi, dedichiamo uno speciale proprio a Sanremo. Chiaramente rapportandolo al nostro blog, il cui fine è quello di spiegare in particolare ai musicisti emergenti ma, in generale, a tutti coloro che hanno a che fare con la comunicazione musicale, in che modo la comunicazione possa aumentare le possibilità di successo di una band emergente. O, in generale, possa aumentare, decretare il successo, consacrare un artista anche già affermato. È il caso di Francesco Gabbani. E allora, la puntata di oggi, sarà dedicata proprio a questo approfondimento: perché la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2017 è stata Occidentalis Karma.

Analisi soggettiva vs Analisi oggettiva

Ne abbiamo sentite di cotte e di crude, ne abbiamo lette, viste e sentite di tutti i colori. Tizio è stato eliminato ma avrebbe meritato di passare il turno, Caio ha fatto una grande interpretazione, Sempronio era vestito male. Allora, facciamo un po’ di chiarezza e rimettiamo le cose in ordine. Quando si esprime un giudizio sull’arte, nel caso specifico sulla musica, esistono due metri: quello soggettivo, cioè del gusto personale, e quello oggettivo rapportato alla critica d’arte. Per quanto riguarda il primo io posso permettermi di dire: questa canzone mi piace. Perché? Non mi interessa, so solo che quando l’ascolto provo un certo diletto, un piacere, un godimento. Per quanto riguarda invece il giudizio oggettivo, devo basarmi su dei parametri che sono insindacabili. Se, ad esempio, una canzone è costruita su aspetti musicali già triti e ritriti, addirittura diventati degli stereotipi o dei clichet, io non posso dire: secondo me è originale. Devo dire: questa canzone non ha nulla di originale. Viceversa, se presenta delle innovazioni non posso dire: secondo me non è originale. Devo dire che quell’artista ha contribuito all’evoluzione del linguaggio musicale, all’evoluzione e allo sviluppo della storia della musica.

Rapportandoci a Sanremo, il giudizio soggettivo era quello del televoto (quindi dell’SMS da cellulare), e quello della giuria demoscopica che è un campione equilibrato e ben ripartito sia fra le varie regioni italiane che fra le varie fasce d’età. Con la differenza che mentre al televoto avrebbe potuto votare chiunque, anche per assurdo una persona che prima di Sanremo non aveva neanche mai sentito una canzone, nella giuria demoscopica vi era un comune denominatore fra i vari giurati che era quello di aver avuto a che fare con la musica. Si trattava, ad esempio, di amanti della musica, musicisti, persone che sapevano suonare uno strumento.

Ecco invece, il giudizio oggettivo, era quello della giuria di qualità. Però anche la giuria di qualità non deve commettere l’errore di degenerare nel giudizio soggettivo. E questo accade quando la critica diventa di tipo ideologico. Abbiamo sentito tante volte quando abbiamo studiato, ad esempio, la letteratura che un autore era ben visto dalla critica positivista e invece criticato da quella antipositivista. La stessa cosa può accadere nella musica. Quest’anno nella giuria di qualità di Sanremo probabilmente c’è stata la tendenza ad andare verso un tipo di critica basata sul grande amore, grande attaccamento per i big del passato che porta però, in questo caso, ad essere tifosi. Altrimenti non si spiegherebbe il perché una canzone di Fiorella Mannoia, che non è all’altezza dei suoi grandi capolavori del passato, sia risultata prima nella classifica della giuria di qualità.

Giuria di qualità: davvero oggettiva?

Facciamo un esempio di altre edizioni in cui ha partecipato Fiorella Mannoia, come quelle dell’87 e dell’88. Allora si votava con la schedina del Totip, bastava andare in ricevitoria, giocare una schedina ed esprimere una preferenza. Quindi un voto esclusivamente popolare. Però in quel caso c’era la giuria di qualità, che si limitava soltanto ad assegnare il premio della critica. E infatti, mentre nella classifica generale (cioè quella della giuria popolare) arrivò rispettivamente ottava e decima, in entrambe le edizioni vinse il premio della critica. Proprio a dimostrazione del suo grande valore e di quei capolavori. Invece stavolta, probabilmente una canzone che oggettivamente non era all’altezza di “Quello che le donne non dicono” e “Le notti di maggio”, le canzoni a cui abbiamo fatto riferimento prima per le edizioni ’87 e ’88, è comunque risultata prima nella classifica della giuria di qualità. Una canzone che si richiamava molto al passato.

Invece altre canzoni, come ad esempio quella di Paola Turci che aveva una freschezza, probabilmente per il fatto che tra i vari autori della canzone ci fosse anche Giulia Anania a dimostrazione del fatto che non sempre il meglio della musica italiana sia sul palco di Sanremo. Ecco, una canzone come quella è comunque stata apprezzata dalla giuria di qualità (tant’è vero che in quella classifica è arrivata seconda), nella giuria demoscopica terza, per quanto riguarda il televoto invece è andata molto male. Ecco un’ulteriore dimostrazione di come più diventano secondarie le competenze musicali, meno si riesca ad apprezzare i parametri oggettivi della musica.

Gabbani: grande comunicazione, ottimo televoto

Chi invece dal televoto ha avuto un ampio margine di consenso è stato proprio Francesco Gabbani che è riuscito a ribaltare la classifica della giuria di qualità proprio grazie agli SMS da casa. Per quanto riguarda il nostro blog, più che capire il livello qualitativo di questa canzone concentriamoci su un particolare aspetto. In che modo Gabbani è riuscito, mediante non solo la propria canzoni e le proprie capacità, ma anche mediante la comunicazione a 360 gradi, ad accattivarsi la simpatia del pubblico da casa e riuscire a prendere il maggior numero di SMS e quindi di preferenze da parte del pubblico televisivo.

In un’altra puntata di Schermi Sonori abbiamo spiegato perché la comunicazione non verbale sia altrettanto importante rispetto a tutti gli altri elementi della comunicazione. Vediamo in che modo Francesco Gabbani è riuscito ad essere efficace nell’impatto nei confronti degli spettatori fin dalla sua prima esibizione che è avvenuta nel corso della seconda serata di questa edizione del Festival di Sanremo.

La canzone ancora non comincia e il performer con la posizione delle braccia e delle dita già ci ha portato in oriente. Comincia la canzone e siamo in una fase dove la voce è preponderante e gli strumenti ancora non si fanno sentire in maniera forte. Tant’è vero che lui resta ancora fermo. Poi, nel momento in cui comincia a farsi sentire la batteria, ecco che lui comincia a muovere le braccia proprio al ritmo del bit. E quasi in tutte le direzioni. Ed ecco subito che questo motivo così accattivante e orecchiabile cattura l’attenzione e, mentre lui canta, arriva il ritornello (che è il momento, la sezione della canzone più importante) ed ecco che le braccia non si rivolgono più in direzioni bidimensionali ma ecco che parte il messaggio diretto verso lo spettatori, verso noi che guardiamo la TV, verso il pubblico dell’Ariston. Con il braccio che va a richiamare l’attenzione dello spettatore proprio nel momento del ritornello, che dal punto di vista musicale è ciò che riesce a catalizzare in misura maggiore l’attenzione dello spettatore. Sicuramente molto di più rispetto alle strofe.

Anche per quanto riguarda il volto, c’è una comunicazione attentamente studiata. I suoi sorrisi richiedono complicità. Perché c’è un doppio piano di lettura di questa canzone. Uno è quello della canzone apparentemente semplice, priva di grandi significati. È quella diretta ai “tuttologi da web”. Ma questa canzone ha dei riferimenti, un significato così forti che strizzano l’occhio anche a chi riesce a comprendere, a decodificare questi contenuti, questi riferimenti al “panta rei”, al “singing in the rain”. Questi occhietti, questi sorrisetti ammiccanti che richiedono una complicità dello spettatore, si rivolgono ben a due target diversi. In modo da accostare da accostare un significato di una canzone che richiede un doppio piano di lettura, a due target diversi e a prenderli entrambi con un sorrisetto. Quindi con un’unica espressione del volto.

Tra l’altro tutti questi movimenti che vengono fatti da Gabbani nel corso delle esibizioni di Sanremo, sono gli stessi che lui ha fatto nel videoclip musicale che era stato realizzato prima di Sanremo (perché è uscito il giorno dopo la sua prima esibizione). Quindi tutti questi movimenti nello spazio (stiamo parlando anche di prossemica), sono stati attentamente studiati e riportati sia nel videoclip che nella canzone.

Il look del musicista

Vediamo anche il look. Ci sono state molte polemiche sul suo look. Questa è l’esibizione della prima sera. Si è presentato con una maglia arancione, e subito si è sentito dire che Gabbani era l’unico non elegante. La seconda sera stessa cosa, con una maglia identica (cambiabva soltanto il colore, da arancione a blu). Mentre l’arancione è lo stesso colore forte del videoclip, il blu era poco importante perché si trattava della serata delle cover. Una versione reggae di Susanna di Adriano Celentano, e le luci del palco dell’Ariston mantenevano i colori rosso, giallo e verde proprio a richiamarsi all’origine geografica della musica reggae.

Dopo queste due serate in cui lui si è solo cambiato il pullover dello stesso tipo ma diverso colore, è stato detto: è l’unico che non si presenta in maniera elegante sul palco. Abbiamo visto che durante la sua esibizione, ad un certo punto c’è un effetto sorpresa. La canzone parla della scimmia, ed ecco che anche con una complicità della regia appare la scimmia all’improvviso. Non si vede neanche la sua entrata. Quindi anche la regia di Rai 1, ha contribuito all’effetto sorpresa di questa scimmia. In tutte e tre le serate non riusciamo a vederne l’ingresso, ma vediamo la scimmia direttamente quando è sul palco ad esibirsi insieme al cantante. Ecco, la terza sera addirittura in maniera ancora più irriverente, oppure come a dire: non mi interessa delle critiche, se non vi è bastato il pullover faccio qualcosa che è ancora più irriverente. Si è presentato lui con il costume da scimmia e la scimmia (alla quale era rimasta solo la maschera) con questo pullover. Al di là dell’irriverenza, si può anche leggere questa scelta che riguarda il look, con un significato più profondo. Uno scambio di abbigliamento, in questo caso, come a dire: la scimmia e l’uomo sono un’unica cosa.

Soltanto l’ultima sera, nella serata finale, si è presentato con un vestito. Anche se non proprio un vestito classico: aveva delle stelle, un cravattino molto particolare e perfino la scimmia nella serata finale aveva un papillon rosso. Come a dire: è l’ultima sera, siamo eleganti.

Se vediamo il videoclip, e abbiamo detto che c’è stata una strategia unitaria per quel riguarda la comunicazione tra il videoclip e la coreografia sul palco dell’Ariston, nel videoclip ha giacca e cravatta. Quindi probabilmente il fatto di salire sul palco con un pullover era dovuto ad una scelta ben precisa.

L’attuale situazione sociale

Evidentemente, è stato il più capace a capire che questi cinque giorni di Sanremo erano per il grande pubblico un momento di evasione, rispetto a una situazione che oggi può essere considerata drammatica sotto vari aspetti. Per tanti allarmismi che ci sono in TV, per una situazione a livello anche economico che non è delle migliori. Probabilmente, lui si è voluto mettere sullo stesso piano dello spettatore e presentarsi sul palco non come un Dio sceso sulla terra, ma come uno qualsiasi, una persona qualunque. Una persona che poteva essere seduta sul divano affianco allo spettatore che inviava il televoto, e quindi rompere questa barriera che c’è sempre stata fra il palco dell’Ariston e il pubblico da casa.

A dimostrazione del fatto che c’è stata una strategia unitaria di coinvolgimento del pubblico da parte non solo di Gabbani, ma di tutta questa proposta musicale, il direttore dell’orchestra si rivolgeva nei momenti chiave della canzone verso il pubblico dell’Ariston e con dei gesti li incitava a partecipare alla canzone. Infatti abbiamo visto come in molti battevano le mani al ritmo della batteria, o cantavano seguendo il cantante. E perfino l’orchestra era coreografica in alcuni break dove partecipava con il gesto dell’archetto (quindi di tutti i musicisti che suonavano gli strumenti ad arco), facendo un gesto per dimostrare come tutti i musicisti fossero coinvolti in questa particolare performance.

Ed ecco che anche alla fine della canzone tutto ritorna all’inizio, di nuovo il gesto che ci riporta all’Oriente. E la scelta registica di mostrarcelo in maniera evidente stringendo l’inquadratura proprio verso le dita, verso l’Asia.

Mina e la pubblicità: un altro simbolo

E visto che parliamo di comunicazione, oggi in particolare per quel che riguarda l’edizione di quest’anno del Festival di Sanremo, vediamo anche un altro caso di efficacia comunicativa. Ciò che è stato un po’ il simbolo di questa edizione. Cosa? Uno spot pubblicitario. Lo spot pubblicitario di una nota compagnia telefonica che veniva rappresentato come se fosse uno spettacolo nello spettacolo.

C’è una canzone fatta da un DJ austriaco, Parov Stelar, “All Night”. Il videoclip che è stato fatto diversi anni fa vedeva l’unica presenza di un ballerino, JustSomeMotion, che ha delle qualità straordinarie. Un’ennesima dimostrazione di come il successo non sempre avviene in base alla qualità, ma a volte serve soprattutto visibilità.

Questa canzone, che per qualche anno non ha avuto successo, nel momento in cui è stata scelta da questa compagnia telefonica come jingle pubblicitario, è diventata la canzone più famosa, più trasmessa e questo ballerino è diventato un divo da palcoscenico. Tant’è vero che nella serata conclusiva di Sanremo è stato invitato proprio ad esibirsi sulle note di questa canzone in una versione addirittura cantata da Mina. Quindi un’operazione pubblicitaria stratosferica.

Una cosa che all’apparenza è semplicissima dal punto di vista della realizzazione del videoclip, un po’ meno semplice è il passo di danza di JustSomeMotion. Un consiglio che possiamo dare ai musicisti: cercate di trovare più visibilità possibile, perché come nel caso di Parov Stelar, nel momento in cui si ottiene visibilità, allora si riesce anche ad avere successo.

Nella prossima puntata

Voi mi direte: in che modo si può avere una visibilità maggiore rispetto a quella che si ha di solito? Non c’è una regola, una formula precisa. Però ci sono tanti accorgimenti che se seguiti aumentano esponenzialmente le possibilità di raggiungere un risultato soddisfacente. Ma non ve ne parlo oggi, ve ne parlo nella prossima puntata di Schermi Sonori. Ciao!

Andrea Del Castello



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